Scrivere anche a costo della vita: il mestiere dello scrittore

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Essere scrittori, giornalisti, poeti, pubblicisti o, in generale, lavorare con la scrittura è un’impresa che richiede un grande coraggio.

“Certamente parla così perché lei appartiene alla categoria”. Sono di parte, senza dubbio. Però posso spiegare il perché della mia introduzione: ogni articolo, ogni romanzo, ogni saggio, ogni poesia è il frutto di un’opinione, di un ideale, di un tormento, di un pensiero troppo grande, ingombrante e forte da tenere solo per l’autore. La scrittura, che è sempre stata la forza di ogni scrittore, è, al tempo stesso, la sua rovina. Senza scrivere, lo scrittore muore.

E questi pensieri, opinioni ed ideali, giunti a maturazione, dopo infinite cure ed attenzioni mentali e spirituali, vengono messi su carta o su tastiera, prendono vita, vengono messi al mondo, come un prolungamento dell’autore stesso, quasi fossero dei figli che ha appena partorito. Lanciare la propria creatura al giudizio altrui, un giudizio non sempre imparziale, non sempre costruttivo, ma, a volte, gratuitamente cattivo e dettato da quella tristezza di chi invidia ciò che non ha, è quanto mai doloroso. Non per l’autore, ma per la sua stessa opera.

Essere bersagliati dalle critiche, dai giudizi e dalle cattiverie è qualcosa che va messo in conto nel momento in cui si decide di pubblicare il proprio lavoro. E per questo ci vuole coraggio.

Ma alle volte non basta neanche quello. Perché quando scrivi di getto, quando permetti alla penna di svuotarti anche del più piccolo granello di rabbia che si è insinuato in te, quando finalmente sei libero e leggero, quando scrivi nomi e cognomi e fatti scomodi e verità spinose, allora c’è il rischio che la penna, che è la tua vita, te la spezzino.

C’è il rischio che ti facciano saltare per aria, un po’ come fai con i fogli, quando devi consegnare un articolo il giorno dopo, ma hai l’ispirazione bassa.

C’è il rischio. Quel rischio che, qualche settimana fa, si è concretizzato in un’esecuzione mafiosa in piena regola, togliendo la vita a Daphne Caruana Galizia, colpevole di aver amato troppo il suo lavoro, colpevole di averci creduto, colpevole di aver avuto coraggio e fegato. Giudicata in un unico grado da una corte di boia, ha pagato il prezzo di chi ha fatto della scrittura la sua ragione di vita ed uno strumento di legalità.

La sentenza è altrettanto disgustosa: “se l’è meritato”. Un giudice togato di stracci e povertà d’animo ha scritto così su un social network. Perché se parli di narcotraffico, devi morire. Se denunci, devi morire. Se sveli, devi morire. Ti seccano l’inchiostro, soffiano sulla tua vocazione, imbrattano la tua arte e, infine, ti uccidono. E ti dicono che te lo meriti pure.

Questo è un articolo di parole e di rabbia. Che scrivo in memoria della giornalista uccisa dalla mafia e per tutti coloro che hanno perso la vita su un foglio di carta. E per chi vorrebbe parlare, ma ha paura. Per chi lavora ogni giorno ed ogni giorno è vittima di giudizi incompetenti e di commenti ignoranti. Per chi scrive per cambiare il mondo e poi, purtroppo, è il mondo che cambia lui. Per chi scrive per fame, per chi scrive per dolore, per chi scrive per sopravvivere. Per chi scrive per denunciare, per dire la verità o per dire semplicemente la sua verità.

Coprire gli spari, quelli rivolti al corpo o all’anima, con il dolce ticchettio delle dita sulla tastiera. E’ questo ciò che dobbiamo continuare a fare.

 

Eleonora Galati

 

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