Di violenza sessuale sugli uomini

Certi ultimi avvenimenti hanno innescato nello scenario sociale una domanda balorda, tipica di una società apparentemente moderna, ma intimamente arcaica o, semplicemente, ignorante: esiste davvero la violenza sessuale sugli uomini da parte delle donne?

Risposta: si.

Le statistiche e la cronaca di tutti i giorni vedono una netta e schiacciante maggioranza delle donne come vittime di stupro e, certamente, i casi di violenza sessuale sugli uomini sono in numero nettamente inferiore, sebbene aleggi lo spettro del sospetto che molti casi di violenza di genere maschile non vengano denunciati.

In molti hanno sentito il bisogno di esporre la propria becera opinione: com’è possibile? Come può (anatomicamente parlando) un uomo essere vittima di violenza sessuale? Il problema sussiste solo per le donne o no?

Per prima cosa, invito tutte le donne, che si sono dimenate ed affannate ad etichettare tale forma di violenza di genere come una menzogna, a non definirsi femministe: il femminismo non prevede la prevaricazione di un genere sull’altro e non è che se una forma di violenza è meno diffusa di un’altra possiamo far finta che non esista o possiamo evitare di tutelare i soggetti che ne sono vittime.

In secondo luogo: (anatomicamente parlando e non) la violenza sessuale sugli uomini esiste.

Sul serio? Si. Giova, intanto, ricordare che per violenza sessuale non s’intende necessariamente un rapporto sessuale completo ottenuto con la forza. Ci sono svariate pratiche sessuali che possono essere ottenute con la forza ed anche in tal caso si parla di violenza sessuale.

Inoltre, è interessante sottolineare che il nostro corpo risponde automaticamente ed involontariamente agli impulsi esterni, per cui una reazione degli organi genitali non corrisponde necessariamente ad un’eccitazione sessuale, né al godimento fisico.

E perché, allora, nessuno crede che esista la violenza sugli uomini?

Sicuramente gioca un ruolo centrale l’ignoranza ed il concetto secondo cui la sessualità è ancora da trattare come un tabù, per cui la maggior parte della popolazione è completamente ignara di come funzioni il suo stesso corpo.

Poi, mi viene in mente il famoso “Processo per stupro”, un film del 1979, nel quale gli Azzeccagarbugli (non me la sento di definire loro avvocati) della difesa, si appellavano al fatto che gli stupratori avessero praticato sulla vittima, ed ottenuto dalla stessa, pratiche sessuali preliminari al rapporto, indicando come questi fossero “un gesto di amore”, perché in una violenza non si pensa certo a procurare piacere alla vittima.

Ecco, il principio è lo stesso: vigono, nella nostra società, una serie di concezioni medioevali e retrograde che, all’occorrenza, vengono sguinzagliate da qualche branco di cretini per giustificare reati. Una di queste concezioni è l’idea del maschio predatore, cavernicolo, animale, un essere per il quale è inconcepibile rifiutare il sesso, indipendentemente dalla donna che lo propone (o impone), quello stesso essere che viene giustificato quando stupra, “perché è stato provocato” e “perché è nella sua natura”.

La risposta è questa: il maschilismo si ritorce maledettamente contro gli uomini stessi, ponendo loro sullo stesso piano di quelle donne che “ci marciano su”, che “hanno provocato” e che “se la sono cercata”.

 

 

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