Essere fuori sede, al tempo del corona virus

Mi ricordo quando, all’università, studiavamo lo stato d’emergenza. “Non lo fare, tanto non te lo chiede”.

In effetti era facile quella parte, in diritto costituzionale, come in diritto internazionale. C’era solo da dire che, in quella circostanza, lo Stato è legittimato a sacrificare alcuni dei diritti della persona. E ti venivano in mente esempi astratti, lontani da noi, nella convinzione che quello stato d’emergenza non potesse mai toccarci. E pensavi che, quei diritti umani, tu non li avresti mai visti sacrificati, perché eri un privilegiato, nato nella parte giusta del mondo, che se qualcuno avesse mai provato a toccarli, sarebbe intervenuta la legge, così come ti hanno insegnato.

Oggi, invece, ti ritrovi rinchiuso in casa. Non puoi uscire, non puoi andare al cinema, non puoi viaggiare, non puoi andare dalla tua famiglia, non puoi dare abbracci. E non c’è Cassazione che tenga, quando si tratta di una cosa più grande di te. Come funziona ora che non c’è un colpevole, che non c’è un processo? A quale giudice mi devo rivolgere per i diritti della mia persona? Io voglio un risarcimento per il mio grosso danno emergente, le partite iva per il loro lucro cessante, l’economia per il tentato omicidio.

Ti guardi intorno e vedi la gente che “io resto a casa”, che posta le foto con la famiglia, che cucina con la madre, che gioca con i figli, che mette le foto con scritto “tutto andrà bene”. E anche io ci resto a casa, perché è giusto così. Peccato che questa non sia casa mia, peccato che la mia famiglia sia ad otto ore di distanza da qui, peccato che non abbia nessuno con cui svolgere le mie attività giornaliere.

Mi attacco a Skype, metto casa in ordine, cerco di continuare a lavorare dal computer, sento gli amici al telefono, non sapendo quando li rivedrò. Nel tentativo di ignorare il fatto che ho paura. Perché, se sei un fuori sede, sai quanto sia brutto stare male e doversela sbrigare da soli.

Devi pensare a mamma che ha avuto il cancro, a nonna che ha più di 90 anni, a tutta la gente che potresti contagiare durante il viaggio, al Sud, che non ce la farà ad affrontare questa situazione. Qualcuno non è riuscito a pensare, strozzato dalla paura, ha preso la valigia ed è scappato, sbagliando clamorosamente e dandola vinta alla psicosi.

Ecco, io lo so come si sta. Che non per tutti la quarantena è fatta di allegra vita familiare. E smettetela di dirci che è facile, che “è un modo per dedicare tempo agli affetti”, che i nostri affetti non sono qui con noi, che non avete neanche una lontana idea di cosa significhi vivere in una stanza, senza un’auto per muoversi in sicurezza, accendendo il televisore per sentire una voce.

Però, c’è da dire che noi ne abbiamo di coraggio: siamo quelli che hanno inseguito i propri sogni, che hanno raggiunto gli obiettivi, che a 19 anni sapevano cucinare e stirare. E ce la faremo anche stavolta, per forza.

Noi che ci siamo reinventati da ragazzini, in una città che non era la nostra, che ci siamo costruiti un’altra vita, altre famiglie secondarie, altre certezze, dobbiamo avere il coraggio di farcela, anche stavolta. Torneranno le lezioni e le biblioteche aperte, torneranno le sessioni ed i festeggiamenti post esame. Torneranno i venerdì sera al pub e le passeggiate di domenica al parco. Riprenderà il lavoro, il treno ogni mattina alle sette e ogni sera alle 18, torneranno le pause caffè ed il progetto da presentare al capo il lunedì mattina. Tornerà quella vita per cui abbiamo lottato e sacrificato tanto.

Fino a quel momento, da lontano, stiamoci vicino.

 

Eleonora Galati

 

 

 

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