Il covid-19 e l’inutile ricerca di un capro espiatorio

Nel Medioevo, il processo penale aveva, come obiettivo principale, la cattura di qualcuno. Sulla base di un’istruttoria di ferro, costituita dalla testimonianza dello speziale del borgo dopo un intruglio a base di oppio, un signor nessuno, che capitava nel posto sbagliato, al momento sbagliato, si ritrovava a penzolare tra la folla con un cappio al collo.

Naturalmente, il poveretto era quasi sicuramente innocente, ma non importava: il popolo aveva bisogno di sentirsi dire che un altro mistero era stato brillantemente risolto, che chi doveva pagare aveva pagato e che ognuno poteva tornare a vivere tranquillo.

La ricerca del colpevole è, in realtà, insita nella nostra psicologia: credo che il cervello cerchi di trasformare la disperazione in rabbia, che, pur non essendo un sentimento positivo, è comunque più facile da smaltire, rispetto al dolore.

Per esempio, c’è gente che, quando si ammala di cancro, inizia a querelare i medici, ad insultare lo Stato su Facebook, a picchiare gente a caso o ad odiare Dio.

Perché dire “non è colpa di nessuno” ci fa sentire ancora più impotenti, fa ancora più male, di quel male che non si può sfogare. E allora si cerca un colpevole, a tutti i costi.

La mancanza d’aria si fa sentire, qualcuno inizia ad assaggiare le prime amare boccate del panico, altri si svegliano presto al mattino, pronti a diventare la versione migliore di se stessi in questo tempo morto, ma si ritrovano a metà giornata con l’impulso di piangere.

Siamo a quel punto ed è fisiologico: la rassegnazione, sta lasciando spazio alla disperazione.

Esattamente come ne “I Promessi Sposi”, dove i malati di peste diventarono il capro espiatorio di quell’epidemia, noi ci avveleniamo contro chi esce sotto casa con il cane o chi passeggia per 50 metri, magari perché ha subìto un’operazione alla gamba o perché soffre di depressione e deve necessariamente prendere cinque minuti d’aria al giorno.

La cosa curiosa è che, un mese fa, invece, ce la prendevamo con chi girava con la mascherina o manteneva il metro di distanza, perché contribuivano a generare la psicosi, anche in questo caso, senza pensare che magari quelle persone erano immunodepresse o ipocondriache.

“Ma in Cina nessuno usciva da casa”. Per forza. Possibilmente, se qualcuno l’avesse fatto, sarebbe stato rincorso e sparato a vista. Il nostro Stato, per fortuna, non è uno Stato totalitario e, sebbene un qualche imbecille, che cerca volutamente di aggirare il sistema per mero egoismo o infantile spavalderia, ci sarà sempre, credo fermamente che generare odio non sia la via più giusta.

Invece di improvvisarci poliziotti, dovremmo pensare a cosa potremmo fare noi in questa situazione: insultare quelli che, da Milano, sono tornati al Sud, non porterà nessun miglioramento alla comunità, ma se investiamo quel tempo per cercare un’associazione, nella nostra città, e donassimo un contributo per i reparti di terapia intensiva, allora avremo fatto la differenza.

Così come potremmo fare la differenza alzando la cornetta e chiamando nonna, che è chiusa in casa terrorizzata, o chiedendo al vecchietto del piano di sotto se, per caso, ha bisogno di una mano per fare la spesa online.

Onestamente, credo che aggiungere una guerra nella guerra, ci toglierà ogni briciolo di speranza rimasto, ammalandoci non solo nel corpo, ma anche nello spirito.

Il clima di morte e pericolo è troppo opprimente, non c’è spazio anche per l’odio. Proviamo, piuttosto, a smuovere qualche maceria, nella speranza che filtri un fascio di luce.

 

Eleonora Galati

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *